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Sottomessa al Piacere-Natale perverso-Cap6#2


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
18.05.2026    |    15.761    |    4 8.0
"Michela mi guarda da sotto la benda, la bocca ancora sporca delle sue stesse lacrime e saliva, e io mi sento improvvisamente esposto, infantile, quasi commovente nella mia goffaggine..."
CAPITOLO 6

Parte 2 di 7 – La Palestra

***MICHELA***

Non sono ancora soddisfatta. Voglio che ogni buco ricordi il mio nome. Le passo un braccio sotto la pancia, sento la sua pelle bagnata di sudore, e senza togliere la mano dal culo le infilo le dita nell’altra fessura. La trovo aperta, caldissima e grondante: il plug le ha lasciato la figa già pronta, come una coppa appena lavata. Le infilo quattro dita, poi tutto il pugno, e poi anche l’altra mano. Michela si inarca, la schiena che si tende come l’arco di un violino, e allora spingo, con tutta la forza che serve a farle capire che sì, sono io la sua Padrona, che ogni differenza tra dolore e piacere è ormai solo una parola.

Il cavalletto si muove sotto il nostro peso. L’odore di sudore, vagina, e paura si miscela con la cera del legno e la pelle nuova delle cinghie. Michela urla forte, così forte che temo si senta anche dal piano di sotto, ma non me ne frega nulla: più urla, più sono certa che mi appartenga. Urla il mio nome. Grida: «Padrona! Non ti fermare! Sfondami, sfonda la tua troia!» E io obbedisco. Spingo, ruoto, la sento slabbrarsi come un frutto che si spacca sotto la torsione della vita. La sua bava scorre dalla bocca, la saliva colora il legno sotto il mento, le lacrime rigano la benda nera che le copre gli occhi. E quando le mani cominciano a tremarmi per lo sforzo, sento che la figa di Michela chiude le pareti in una stretta bestiale, e subito dopo esplode: la sento godere, un orgasmo che le parte dalla schiena e si propaga come una scossa tellurica. Le cosce si scuotono, il cavalletto scricchiola, e c’è un istante in cui la mia mano è ancora dentro di lei e la sento letteralmente venire – un’onda calda e salata che mi inonda le dita. Non era mai successo, non così. Michela geme, si svuota, poi scoppia a piangere e ridere nello stesso tempo: è la musica della sconfitta e della vittoria fuse in una sola sinfonia.

Ritraggo le mani, le dita che luccicano di umori, e gliele mostro stando bene attenta che possa sentirne l’odore. Gliele passo sulla bocca, gliele faccio leccare da brava cagna, e poi le accarezzo la testa, come a premiare un cane dopo una gara di agilità. La sento mugolare, a metà tra l’umiliazione e la gratitudine. La guardo da sopra, fiera: la mia schiava mi ha riconosciuta, e mi ha gridato il nome – come una bandiera issata in cima al campo di battaglia. Soddisfatta, mi scosto di lato e la lascio lì, con i buchi ancora aperti e il corpo che vibra di piacere postumo. Devo ammettere che per un attimo mi prende una specie di tenerezza, ma la caccio via subito: la vera tenerezza non ha posto in questa palestra. Chiudo i pugni, sento il battito accelerato nel petto, e so che la vera partita è appena cominciata. Mi pulisco le mani con il telo nero che Claudia mi porge, con un gesto servile che segretamente adoro. Poi mi siedo in disparte, a gambe larghe, ancora mezza nuda, e mi perdo per un attimo nella contemplazione della bella rovina che ho appena compiuto. Chi sarà il prossimo a marchiare Michela? La domanda aleggia nella stanza come un inno, e già vedo la risposta negli occhi degli altri.

*** CLAUDIA ***

Sono sempre stata una spettatrice, una che osserva, soppesa, misura: il piacere sta tutto lì, in quella frazione di secondo tra la decisione e l’azione, nello scarto sottile che separa l’istinto dalla volontà. E oggi, guardando la mia rivale-amica Daniela mentre lega la sua troia sul cavalletto come una bestia da macello, mi rendo conto che non c’è nulla di più sublime. Michela – l’invincibile, l’algida, la regina degli uffici e delle sale riunioni – ora è piegata a novanta sul legno nero, il corpo voluttuoso e traditore schiacciato, le natiche spalancate che fremono di attesa, le grandi labbra dilatate e pendenti come lembi di carne viva. Gli anelli tintinnano, la figa è già così aperta che sembra chiedere pietà e invece non ne avrà. Il tatuaggio che le attraversa il culo è uno schiaffo a tutto il suo passato: la freccia incisa a fuoco sulla carne porta la firma PROPRIETÀ DI DANIELA, e io sento la mia fica contrarsi intorno al plug a cuore come per gelosia.

Non provo invidia, se non quella dell’artista davanti a un capolavoro non suo. Ma il mio tempo sta per arrivare. Daniela mi lancia uno sguardo che è una promessa di guerra e di alleanza: mi vuole dentro la scena, vuole che io completi la sua opera, che lasci la mia traccia indelebile su questo corpo domato a forza di violenza e desiderio. È la nostra sfida privata: chi riesce a portare Michela più in là, chi sa trovare l’abisso successivo, l’oltraggio che polverizza ogni precedente.
Non esito. Afferro lo strap-on doppio dalla custodia di pelle verde scuro: due cazzi, neri e massicci, lucidi di silicone, uno per me, uno per lei. Il dildo interno scivola nella mia figa con una facilità disarmante, mi riempie e mi tende, il suo spessore mi accarezza dentro e struscia sul clitoride così gonfio che basta una vibrazione perché io veda le stelle. L’altro, più lungo e curvo, è per Michela. Mentre lo allaccio, guardo la scena da fuori: io, in piedi, vestita solo del plug e di questa cintura fallica, le cosce bagnate dall’umore che mi scorre senza vergogna; Daniela, accovacciata dietro Michela, due dita affondate nella fica della troia, il pollice che le stropiccia il buco del culo con movimenti esperti. Sento che sto tremando per l’anticipazione.

Mi avvicino, il pavimento di parquet mi rimbomba sotto i piedi nudi. Il cazzo di gomma sfiora le natiche di Michela, le scivola tra i glutei tesi, raccoglie la scia brillante dei suoi succhi e si posiziona davanti ai buchi che fremono. Lascio che la punta danzi, prima sulla figa, poi sul culo, alternando tocchi leggeri a colpi secchi, come se volessi saggiare quale apertura sia più pronta a cedere. Ma sono entrambe spalancate, due bocche di lupo che non aspettano altro che essere nutrite di crudo potere.

Spingo. La resistenza è minima: entrano entrambi i cazzi, uno nella fica, uno nel culo, con una facilità oscena, come coltelli nel burro caldo. Michela urla, sì, ma è un urlo che non chiede soccorso: si arrende alla penetrazione doppia, la accoglie, la reclama come un diritto. Sento le sue carni vibrare sotto la presa, il corpo che si tende e poi si abbandona in un’onda di piacere animalesco. Il mio respiro accelera, la cintura mi stringe la pelle, il dildo interno mi fotte a ogni spinta che do a lei. È un ciclo chiuso, perfetto: la mia forza che si scarica su Michela e torna indietro amplificata, riflessa nei miei stessi nervi.

La scopo con violenza crescente, i fianchi che sbattono ritmici sulle sue natiche tatuate, le mani che le artigliano i fianchi per non farla scappare. Ogni colpo è una sentenza, ogni affondo una dichiarazione di guerra all’identità che Michela si ostina a voler preservare. “Riconoscimi, puttana,” penso, sentendo la soddisfazione esplodermi dentro come un orgasmo preventivo.

Quando tocca il suo apice, Michela lo fa sapendo di non avere più difese. Sento che viene solo dal modo in cui si irrigidisce, poi si scioglie, la figa che si contrae intorno ai cazzi finti e li tiene come una ventosa. Il suo corpo trasmette quell’onda fino a me, fino a Daniela, e per un attimo tutte le nostre frontiere svaniscono: siamo un’unica bestia a tre teste, assetata di piacere e di rovina. Rimaniamo così, stremate ma insaziabili, finché la stanza non ricomincia a prendere forma, i rumori tornano, il tempo scorre. Michela grida il mio nome dicendo che solo io posso essere così crudele, e non sbaglia.
Daniela lascia andare la testa di Michela, che cade in avanti, il volto madido di sudore e lacrime. Io la slego, con dita tremanti ma precise, e la lascio scivolare sul pavimento, dove resta rannicchiata come una bambina esausta.

*** PIERRE***

Sono rimasto a guardare, divorato dall’invidia e dal desiderio, mentre Daniela e Claudia si scambiavano Michela come una preda contesa tra due leonesse. Lo ammetto: la mia natura maschile, frustrata e un po’ ridicola sotto il peso della loro superiorità, si accende sempre di più quando vedo Michela ridotta così, sputata fuori da mani e cazzi di gomma, sanguinante di piacere e di sottomissione, eppure ancora intatta in quel mistero che sembra non finire mai. Quando finalmente tocca a me — lo capisco da un cenno della mano di Daniela, autoritario e ironico insieme, quasi a dire “ora gioca anche tu, piccolo” — mi avvicino con la sensazione di stare per compiere un atto sacrilego, di contaminare con la mia carne fragile un’opera già perfetta.

Il mio cazzo non è nulla, rispetto a quello che le hanno appena fatto. Lo so, lo sanno tutti. Lo sanno così bene che, mentre mi avvicino, sento la loro attesa — non per vedere come la scoperò, ma per scoprire se avrò il coraggio di provarci. Michela mi guarda da sotto la benda, la bocca ancora sporca delle sue stesse lacrime e saliva, e io mi sento improvvisamente esposto, infantile, quasi commovente nella mia goffaggine. Tento comunque di penetrarla, ma il mio cazzo rimbalza sulle labbra spalancate e arrossate: non c’è resistenza, non c’è più nemmeno il gioco della conquista, solo un abisso che ha già conosciuto tutto il possibile e che ora mi invita quasi per pietà.

Allora cambio strategia: mi inginocchio dietro di lei, afferro il cazzo con la mano — la mia mano, fedele, che da sempre sa prendersi cura di me quando tutto il resto fallisce — e inizio a masturbarmi, guardando il suo culo devastato, il tatuaggio che trema a ogni mio respiro, le natiche che ancora pulsano di piacere e dolore. Non penso a umiliazioni o rivincite: penso solo che la scena debba essere completa, che anche il mio seme deve lasciare il segno su quel corpo ormai marchiato da troppi. Mi tocco con foga crescente, sento la pressione salire, e nel momento in cui vengo lascio che lo sperma schizzi tutto sul suo buco, sui glutei, sulle cosce, sulle mani che la tengono ancora ferma. Le gocce si mescolano al sudore e alle lacrime, creano una vernice lucida e opaca allo stesso tempo, e per un attimo mi sento parte della storia, non più uno spettatore ma un autore, anche se di una sola, misera parola.

È in quell’istante che Michela mi riconosce. Lo dice senza dirlo, con un gemito che è mezzo riso e mezzo sospiro, con il corpo che si piega all’indietro come a raccogliere ogni goccia, ogni insulto che le posso ancora dare. Apro gli occhi e la vedo quasi sorridere, la bocca incollata al legno, ma le labbra distese in un’espressione di complicità che non avevo mai osato sperare. Sento la gelosia di Daniela e Claudia esplodere alle mie spalle, elettrica e tagliente come una scudisciata invisibile: non sopportano che io lasci il mio segno, che la mia piccola vanità maschile abbia, almeno per un secondo, il suo trionfo.

*** NOTE ***

---CAPITOLO 6: Tuffo nel 1999 (Recuperate i primi cinque!)---

Allacciate le cinture: vi porto in un 1999 audace, decadente e senza filtri. Non aspettatevi un raccontino, questo è un romanzo vero e proprio con una forte dose di esibizionismo. Se apprezzate, fatemelo sapere con un pollice in su e un commento!

---La Musa e lo Scrittore---

Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.

---A Voi la Mossa---

Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
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